A tale of #pulpfiction: La questione Ahia.

Pulp Fiction Jules Winnfield Vincent Vega

A #tale of #pulpfiction: La questione Ahia.
– Parte I –
Clack.
Quando la serratura scatta, la porta si apre su Jules Winnfield, Vincent Vega e le loro brutte facce. Dall’altra parte un fratello ha l’aria di chi se la sta già facendo sotto. Vince, un bianco dai capelli lunghi e impomatati come un damerino, entra per primo. Il suo socio lo segue, invitando il fratello a richiudere la porta con molta, molta calma.
«Salve ragazzi, come ve la passate?» Jules esordisce come fossero tutti vecchi amici.
Un biondino in calzoncini e maglietta fa per alzarsi dal divano, ma «No.» Lo ferma subito Jules. «Comodo, comodo, comodo.» Il nero dai capelli a cespuglio e baffi e basettoni alla John Holmes distende gli animi insieme a un gran sorriso, ma il suo sguardo torvo mette subito in chiaro chi è il capo scout e chi i lupetti attorno al fuoco.
«Sapete chi siamo?» I due uomini, uno accanto all’altro, sono un incrocio tra i Blues Brothers e due man in black. “No”, fa un tipo, seduto a tavola con le mani ancora sulla colazione. Di sicuro non sono brave persone. Né testimoni di Geova. «Siamo colleghi del vostro socio in affari Marcellus Wallace.» chiarisce il capo scout.
«Certo vi ricordate del vostro socio in affari Marcellus Wallace.» I lupetti annuiscono tutti e tre senza fiatare. Dopo le paroline magiche “Marcellus” “Wallace” nessuno ha più le palle di muovere un muscolo, tantomeno quelli della bocca. Jules sente la puzza della loro paura entrargli nelle narici. Odora per un attimo in direzione del fratello schiacciato contro parete come se la volesse buttar giù, ma scuote la testa insoddisfatto. È il turno del biondino col frangettone, sdraiato sul divano, ma con lo stesso risultato.
«Fatemi indovinare» Il suo indice punta dritto al tizio seduto a tavola, accompagnandosi a un ghigno sadico e al pollice in su che gli trasforma la mano in una pistola: «Tu sei Brett».
«Ti ricordi del tuo socio in affari Marcellus Wallace, vero Brett?» Lo domanda di nuovo, pacato ma risoluto. “Sì”, è solo un cenno della testa. «Lo immaginavo.»
Solo allora Vincent Vega, che fino a quel momento era rimasto a fianco del collega senza fare un cazzo, spezza l’idillio da riunione scout, muovendosi lentamente verso il cucinino alle spalle dei ragazzi. Le mani giunte davanti a sé come un reverendo che regge il peso della propria Bibbia, solo che l’unica Bibbia di Vincent è il calcio della sua pistola nascosta all’interno della giacca.
Dopo un lungo, lungo istante di empasse il nero coi baffoni da divo del porno decide di rompere l’imbarazzo: «Oh, a quanto pare io e Vincent abbiamo interrotto la vostra colazione, ci dispiace veramente».
«Che mangiavate?»
Brett ansima profondamente, ma Jules lo invita a rispondere: «Hamburger». Le parole escono mischiate all’affanno.
«Hamburger dici. La colonna portante di ogni colazione vitaminica!» Un’esplosione d’entusiasmo. «Ti spiace se», Ammicca a un panino mezzo mangiucchiato che se ne sta lì in mezzo alla tavola spaesato quanto i tre ragazzi.
«Uuuummm», sembra non aver mai mangiato niente di simile anche se i colori fluorescenti dei tre strati del panino fanno pensare a quanto di più chimico esista in commercio. «Questo sì che è buono. Io adoro gli hamburger. Di solito non li posso mangiare perché la mia ragazza è vegetariana il che, praticamente, fa di me un vegetariano, ma vado pazzo per il sapore di un buon hamburger.» Formaggio fuso, ketchup e manzo tritato sono così marcatamente separati tra loro che è come se Jules si stesse mangiando una bandiera della Germania all’incontrario.
«Uuuummm», si gusta un altro assaggio. «Hey Vincent, ne vuoi un morso?» Qualche goccia di ketchup cade sul tavolo mentre allunga all’amico quel che resta del panino.
«Non ho fame.» Vincent imperturbabile osserva tutto poggiato al lavello, rollandosi una canna, ma quando fa per accenderla… Accende solo la rabbia di Jules.
«Ma che fai?!» Il panino finisce sul tavolo, esplodendo come una bomba a mano: ketchup e pezzettini di carne finiscono sulla camicia di Brett che si mette a urlare e a farsela sotto. Letteralmente. «Non puoi entrare in casa di qualcuno e metterti a fumare senza chiedere il permesso!»
Vincent fa spallucce, mentre gli altri tre piagnucolano qualcosa. L’improvviso accesso d’ira di Jules è parte di un copione che mettono in scena da anni e che il collega interpreta da Oscar, finendo pure per convincere Brett di avere ancora il potere di concedergli o no il permesso di farsi un tiro in casa sua.
«In questo caso.» Quando lo ottengono, Jules se ne torna quieto come un Fonzie di Inglewood in completo nero e camicia bianca ed estrae dal taschino un sigaro immacolato: un salsicciotto di tabacco lungo quanto la canna del pistolone che non si cura di nascondere, aprendo la giacca. Poi, come se nulla fosse, torna a parlare di stronzate come il motivo per cui in Europa i nomi dei panini di McDonald sono differenti. Il negro è un caleidoscopio di emozioni che fotte il cervello ai tre poveracci. Infine, veste di nuovo l’espressione da duro con la quale lui e Vincent sono entrati, e che l’amico non ha mai abbandonato, annusa il suo cubano da novantacinque dollari, di nuovo l’odore della paura all’interno della stanza e: «Tu frangettone», fa a quello sdraiato. «Sai perché siamo qui?»
Un impercettibile “No” con la testa gli basta per decidere di inchiodargliela al cuscino con una pallottola in mezzo alla fronte. La pistola è sfoderata e fumante così in fretta che gli altri due non hanno nemmeno il tempo di strillare.
«Ambarabà ciccì coccò», si mette a contare muovendo il sigaro dal nero spalmato sulla parete al fighetto seduto a tavola, ma il profumo dell’erba di Vince gli entra nelle narici, mandando in tilt il suo infallibile fear-radar.
«Fratello.» Va a caso.
Il giovane ha una paura fottuta, ma per quanto ci provi la polo fucsia e la pelle ebano gli impediscono di mimetizzarsi nel verde slavato della parete, così si ritrova addosso tutta l’attenzione del killer. «Nnnn»
Boom.
L’indice, il sigaro e la canna del pistolone sono tutti puntati sull’ultimo rimasto: «Brett, amico mio».
«Ah… ahi… ahia.» Alcuni la chiamano empatia, altri preveggenza, per i più è solo paura fottuta, fatto sta che Brett inizia a lamentarsi senza che nessuno gli abbia torto un capello.
«Brett. Brett. Brett.» Monosillabi perfettamente ritmati come i tok tok di un orologio a pendolo grosso, nero coi capelli afro e un sigaro tra i denti che interpreta il ruolo dell’asta. «Sai perché siamo qui?» Il killer ritira l’arsenale, riposando le mani in tasca e con molta, molta cortesia strappa un “Sì” al padrone di casa. «Allora, visto che sai perché siamo qui» Fruga nella sinistra, lasciando la mano da killer quieta, quieta nell’altra. «Perché non dici al mio amico Vince dove sta la valigetta del Signor Wallace?» Vi estrae un piccolo tagliasigari a due lame con il quale inizia a giocherellare.
Click. Click. Il volto del ragazzo bianco con la camicia e i calzoni bagnati è un misto di bava e lacrime, ma chissà per quale motivo, la sua testa dice di “No”.
«Ehi Vince» schiamazza Jules, ridendosela di gusto. «Abbiamo Capitan Coraggio qui!»
«Ah! Ah! Ahia!» Il tizio mugugna allo stesso tono della voce del suo aguzzino: quando la alza i piagnistei si fanno squillanti e frequenti, quando l’abbassa, profondi e rassegnati.
I due killer si scambiano un’occhiata perplessa, poi… Griiìi. Jules striscia la sedia di Brett lontana dal tavolo, facendogli il verso: «Ah. Ah. Ahia». Prova a rilassarlo, mentre ne sistema un’altra di fronte a lui. In tutti quegli anni da gangster “Ahia” era la parola che più si è sentito entrargli nelle orecchie, ma mai quando il malcapitato aveva ancora tutti gli arti al loro posto. Una battuta recitata nella parte sbagliata del copione che gli fa immediatamente scattare qualcosa dentro, infastidendolo. Come se una termite del cazzo fosse riuscita a penetrare in quel massiccio troco di ebano e stesse cominciando ad azzannarlo. Lentamente ma con avidità.
«Brett, ascoltami.» Invece di sedersi sulla sedia vuota inizia un girotondo che lo porta accanto al cadavere sul divano: «Il biondino qui è morto». «E anche il fratello, quaggiù non sta messo bene» Pochi passi dopo. «Il che rende un po’ più complicate le cose per me e il mio amico Vince», continua quando arriva alle spalle del poveretto. Esattamente tra lui e Vincent Vega. «Perché ora nella stanza ci sei solo tu e mi dici che sai perché siamo qui, ma non dove sta la valigetta del Signor Wallace.» Il suo tono è pacato e rassicurante, ma nella sua testa cominciano a scatenarsi i cannoni di Navarone. Della mente di Brett, invece, si è ormai persa ogni traccia. Sa solo farfugliare incessantemente “Ahia”.
«Ahia, dice il bianco.» L’uomo che conduce il gioco inizia a stancarsi di quella parola fuori copione. Il fegato gli pulsa come un secondo cuore. «Perché dici “Ahia” amico? Io sono qui che me la gironzolo lontano da te come la Luna dalla fottuta Terra e Vince è laggiù che sembra un cazzo di Plutone.» Non fosse per l’odore di erba e cervella che inizia a permeare ogni angolo della stanza, il tono quieto di Jules rassicurerebbe una vacca al mattatoio.
«Brett. Brett.» sussurra finché non ottiene gli occhi del ragazzo su di sé. «Ti sei mai chiesto quanto sarebbe facile vivere in questo mondo se tutti dessimo lo stesso peso a certe parole?» Prende a passeggiare intorno al tavolo.
«Brett. Brett, guardami» Trecentosessanta gradi dopo è ancora lì a pretendere gli occhi del malcapitato su di lui e a giocherellare con quella ghigliottina in miniatura. Click. Click. «Te lo sei mai chiesto?» Il cubano da novantacinque dollari al sicuro nella giacca insieme al pistolone. Gironzola ancora un attimo, poi: «La vita sarebbe più facile se tutti dessimo lo stesso peso alle parole» chiude con la risolutezza di chi ha finito di consumare i tacchi delle scarpe.
«Di’ un po’. Ti piacciono le storie Brett?» Il tizio ha gli occhi serrati e si lamenta senza dignità in un lago di… Sprite appena espulsa. «Prima di vestire questi abiti eleganti e andare in giro con questo pistolone, quando ero solo un ragazzino vivevo nel ghetto con mia madre» Vince lo lascia fare, arrangiandosi un altro spinello. «Avevano sistemato da poco mio fratello più grande, un teppistello che spacciava crack e si dava arie, così mia madre, che è una brava donna, decide che non avrei fatto anch’io quella fine e mi iscrive a una scuola cattolica» Jules intravede Vince alzare un sopracciglio che interpreta come disapprovazione, mentre la consapevolezza di Brett ha definitivamente abbandonato l’universo. «Già. Ho imparato un mucchio di passi interessanti della Bibbia in quella scuola cattolica» Vince emette un colpo di tosse. «Comunque la questione è che divento così un bravo chierichetto che all’ultimo anno di liceo passo i pomeriggi a cucinare hamburger da Wendy’s per mettere da parte i soldi per il college.» La tosse del bianco di Redondo Beach col nome spagnoleggiante diventa una risata. «È la verità cazzo», spergiura Jules. «Per sei fottutissimi mesi ho cotto hamburger e fritto patatine da Wendy’s.»
«Comunque sia» riprende il filo del discorso, rimettendo lo sguardo truce da lavoro. «Un giorno un mio amico della congregazione viene da me e mi dice che c’è una ragazza che mi vuole parlare. Si era trasferita da poco, mi aveva visto in chiesa un paio di volte e ora era a casa tutta sola che voleva conoscermi» Prende fiato. «Non so se mi spiego… Comunque gli chiedo se mi sta prendendo per il culo, ma il tipo giura e io mi fido perché è un amico. Mi segui Brett?» Nessun segno di vita senziente, ma va avanti comunque. «Non sono ancora convinto perché quel pomeriggio dovevo lavorare, ma “È bella” fa lui, “Bella” dice di nuovo. E non la smette finché non mi convinco che una scopata è più importante di un onesto lavoro.» Vincent sghignazza come quel cagnaccio giallo col caschetto da pilota dei cartoni animati di Hanna e Barbera, ma Jules è così concentrato dalla sua storiella che a malapena ci fa caso. «Beh, allora vado da lei. Suono il campanello e» Pausa per la suspense. «È una grassona la stronza.»
Altra pausa, malriuscita. «Quando me ne sono andato e ho parlato col mio amico, si scopre che a lui piacevano le grassone e la trovava davvero bella, ma io, che odio le grassone, in un attimo mi ritrovo senza lavoro e senza la bella ragazza che mi avevano promesso.» Vincent se la gode. Brett, beh continua a fare il Brett. «Ora, dato che ero lì le ho dato una ripassata, ma il punto è un altro: se tutti dessimo lo stesso significato a parole come bello, brutto, buono o cattivo, se il mio amico si fosse presentato da me usando quella parola, “bella”, avrei subito capito con cosa avevo a che fare. Allora non mi sarei mai fatto licenziare, probabilmente sarei andato al college, sarei ancora un buon cristiano della mia congregazione e sarei»
«Da Wendy’s a friggere patatine» interviene Vincent che per la prima volta sembra davvero coinvolto dalla situazione.
La voce di Jules Winnfiel si fa sorprendentemente attendere. Un po’ come se nel Gioco dell’oca della sua vita fosse inaspettatamente capitato sulla casella Torna indietro e si ritrovasse a ripartire da lì verso un cammino che, questa volta, sa già dove lo porterà.
«Già.» Sentenzia alla fine con la durezza di chi rivuole subito i dadi in mano per puntare dritto al 63. «Hai capito la morale, Brett?» Non attende un secondo. «La morale è che la nostra vita sarebbe più facile dando tutti lo stesso peso alle parole.» Cammina verso Vince, alle spalle del ragazzo. “Ahia” piagnucola di nuovo il poveraccio senza volerlo.
«Se certe parole avessero lo stesso significato per tutti noi», L’uomo nero è in piedi davanti al mobiletto della cucina che parla a Brett, guardando Vince. «Nella stessa situazione in cui ci troviamo ora con due tizi morti, due brutti tizi incazzati e… Te. Beh, mi basterebbe il tuo “Ahia” per tornare da Marcellus Wallace e dirgli: “Ehi negro. Il mio amico Brett non lo sa dove sta la valigetta, quindi fattene una ragione”.»
«Ma non siamo in quel mondo.» Lo spalleggia Vince, sotto l’effetto dell’erba.
«Eh, no» ribatte deluso l’altro sicario.
«Sai Brett» Finalmente Jules si siede di fronte al poveretto, sulla sedia che aveva preparato sin dall’inizio. Il gatto ha finito di giocare col topo. Ora ha solo fame. «Anche la mia ragazza, la vegetariana, ha sempre in bocca quella parola “Ahia”.» Sigaro e tagliasigari di nuovo per le mani. «Non combatte certo nella lega di wrestling femminile o roba del genere, no. Se ne sta tutto il giorno a fare shopping o seduta sul divano… Come il biondino qua.» Gli basta un cenno del capo al cadavere lì affianco sul divano per riportare l’attenzione alla realtà delle cose dopo tanto chiacchiericcio. «Non ha nulla per cui soffrire, ma “Ahia”. Quando le succede qualsiasi cosa, basta un’unghia spezzata, via con quella parola e io, che la amo, credo veramente che si sia fatta male e corro ad aiutarla. Tu che faresti Vince?»
«Correrei anch’io con quel culetto.» «Hey!» Lo minaccia, incazzandosi per qualche secondo, dimenticandosi di Brett. Dura poco però: «E non sai quante volte mi sono fatto fottere, correndo da lei per un “Ahia”». Il tizio non ha seguito una sola parola del monologo, ma a Jules non frega un cazzo perché ormai sta parlando solo a se stesso. E poi vuole concedere a Brett il diritto di trascorrere gli ultimi istanti della sua vita come meglio crede: piagnucolando senza dignità mentre sguazza nel suo piscio.
«Ora, per farla breve, noi non viviamo nel mondo perfetto dove “bianco” significa bianco, “buono” significa buono, “bella” significa bella e» Pausa. «“Ahia” significa ahia.» Le due palle da bigliardo numero 8 che Jules si ritrova la posto degli occhi sono puntate dritto sulle biglie azzurre di Brett.
«Nient’affatto. Viviamo in un mondo del cazzo, dove se stai alle parole di un altro rimani fottuto. Per questo devi guardare coi tuoi occhi e ragionare con la tua testa, Brett, perché altrimenti le persone ti fottono anche quando non vogliono farlo.» Vincent lascia per la prima volta il lavello, posizionandosi dietro la sedia del ragazzo con le mani sulle sue spalle, anche se l’intento non è proprio quello di rassicurarlo.
«Nel nostro fottuto mondo», predica Jules lì seduto di fronte al suo pubblico. «“Buono” non vuol mai dire buono, “bello” non vuol mai dire bello e “Ahia” viene usato indistintamente da una ragazza con un’unghia spezzata e da un uomo cui stanno strappando l’uccello da in mezzo le gambe.» Brett ha un sussulto, ma Vincent Vega lo trattiene seduto come una cintura di sicurezza. Per la prima volta i suoi piagnucolii cambiano tono rispetto alla voce di Jules e diventano acuti nonostante la sua voce pacata dell’uomo nero di fronte a lui.
«Capisci quindi che siamo arrivati al punto in cui o ci dici dove sta la valigetta del Signor Wallace.» Pausa. «Oppure per te finisce come finirà presto per la mia ragazza.» Jules rimette la punta del sigaro nel centro della minuscola ghigliottina.
 «E ti insegno quando è davvero il momento di dire “Ahia”.»
Click.
ML