Intervista esclusiva a Don Luca Violoni in occasione del Family Day 2012.

Intervista esclusiva a Don Luca Violoni – segretario generale della Fondazione Milano Famiglie in occasione del Family Day 2012.

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Il 7° Incontro Mondiale delle Famiglie, il primo in terra milanese, si è concluso solo da pochi giorni, ma l’emozione che ha accompagnato tutte e cinque le date dell’evento è ancora viva e si respira forte non solo tra le sempre affollate vie della città della “Madunina” ma anche in tutto il resto dell’Italia. Mai come in quest’occasione, infatti, si è avuta la sensazione che il seppur breve, in termini di distanze, viaggio di Benedetto XVI sia stato vissuto dagli italiani con l’entusiasmo e la partecipazione di un vero e proprio viaggio apostolico in terra straniera. E proprio per impedire che gli strascichi di questi giorni di riflessione scemino via dalle menti degli italiani, Oggi Sposi ha deciso di incontrare uno dei più attivi organizzatori dell’evento, Don Luca Violoni, segretario generale della Fondazione Milano Famiglie 2012, il quale ha approfondito con noi, in un’intervista esclusiva, alcuni temi fondamentali di questo storico incontro.

Partirei proprio dal tema portante di questo settimo incontro. Per la prima volta si affronta la questione del “lavoro”. Mai come in questo periodo la “ferita” del lavoro è stata così devastante nei confronti della società e della vita familiare in particolare?

Decisamente si. Il lavoro è un’esperienza basilare di ogni essere umano ed è stato veramente importante che soprattutto in un momento di difficoltà come quello attuale si sia affrontato il tema della famiglia legandolo strettamente al tema del lavoro. Credo però che su questo punto ci sia ancora molto da fare, anche in termini di riflessione, sia in campo ecclesiale che in campo civile.

Ad una prima occhiata la questione del lavoro farebbe pensare alla mancanza di sostentamento per la famiglia, ma se si leggono le catechesi proposte la questione lavorativa appare come uno spettro più ampio e complicato, come la lontananza dal nucleo familiare, il lavoro come unico obiettivo della vita personale, ecc. Tutto questo porta a pensare che il problema riguardi più una mancanza di valori familiari piuttosto che una mancanza di lavoro in sé…

È vero. A livello antropologico ognuno di noi è sempre un essere in relazione. Questo intendiamo per persona umana. Anche il lavoro in fondo è un gioco di relazioni. Il lavoro è per vincere il caos della vita, esprimendo davvero i propri talenti. La mancanza di lavoro o condizioni di lavoro inaccettabili mortificano nel profondo la dimensione relazionale e il bisogno – direi quasi la necessità – di poter esprimere i propri doni insieme con gli altri. È bene ricordare che anche Dio ha “lavorato” e sì è compiaciuto della propria opera: “…e vide che era cosa buona”, dice il primo capitolo della Genesi. Per questo la realizzazione personale a livello lavorativo non è legata solo al livello retributivo, pure fondamentale.

Quindi quanto dovrebbe contare il lavoro nella vita di un individuo?

L’importanza del lavoro non deve essere tale da spingere a sacrificare seriamente la vita in famiglia e le necessità che essa richiede. Tra l’altro oggi in una famiglia in cui entrambi i coniugi hanno degli impegni di lavoro c’è anche il rischio di incorrere in situazioni in cui due coniugi abbiano turni di riposo incompatibili l’uno con l’altra che li portano a “riposare da soli”. In questo caso è a rischio la vita stessa della famiglia.

Quindi quale potrebbe essere un buon consiglio per famiglie che affrontano il problema del lavoro in ogni sua sfaccettatura?

Ricordare sempre che una famiglia quando pensa al lavoro deve ragionare soprattutto al “Noi” e assai meno all’ “Io”, perché è la famiglia a dover incidere sulle forme del lavoro, molto più di quanto il lavoro non incida sulla famiglia. Su questo punto credenti e non possono davvero realizzare un impegno comunque per introdurre questa nuova logica che fa molta fatica ad essere introdotta: la famiglia non può solo subire le esigenze del lavoro, ma deve spingere il lavoro a ripensarsi considerando le famiglie dei suoi lavoratori come decisive per la vita dell’impresa stessa.

Festa. È l’altro tema portante dell’incontro. La festa è un momento di condivisione per la famiglia che sempre più spesso viene speso da soli o con gli amici. Quanto può incidere questo sulle dinamiche della famiglia?

Molto. Moltissimo. Si sta facendo largo l’idea che la festa sia una cosa lontana dalla famiglia. Al contrario la festa deve essere un momento in cui ci si ricorda dei vissuti familiari, un momento di gioia e condivisione, come in occasione di matrimoni e anniversari, ma anche più semplicemente come gusto di stare insieme con i propri familiari. Siamo tutti rimasti molto colpiti da quanto ha detto Benedetto XVI la sera del 2 giugno alla festa delle testimonianze rispondendo alla bambina vietnamita di 7 anni che gli chiedeva di sapere qualcosa della sua famiglia e di quando era piccolo come lei: “Eravamo un cuore e un’anima sola, con tante esperienze comuni, anche in tempi molto difficili, perché era il tempo della guerra, prima della dittatura, poi della povertà. Ma questo amore reciproco che c’era tra di noi, questa gioia anche per cose semplici era forte e così si potevano superare e sopportare anche queste cose. Mi sembra che questo fosse molto importante: che anche cose piccole hanno dato gioia, perché così si esprimeva il cuore dell’altro. E così siamo cresciuti nella certezza che è buono essere un uomo, perché vedevamo che la bontà di Dio si rifletteva nei genitori e nei fratelli. E, per dire la verità, se cerco di immaginare un po’ come sarà in Paradiso, mi sembra sempre il tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In questo senso spero di andare ‘a casa’, andando verso l’ ‘altra parte del mondo’. ”

Alla luce delle parole del Papa, per riscoprire la verità della festa in famiglia, la prima cosa che mi viene in mente è un semplice pranzo domenicale. Potrebbe essere un punto di partenza?

 Esatto. La bellezza dello stare insieme non deve derivare necessariamente dal realizzare qualcosa, ma dalla riscoperta dei valori familiari e della bellezza gratuita dello stare insieme che genera il sentirsi una famiglia. Questo tipo di festa rigenera la nostra umanità e si riflette in maniera positiva anche in ambito lavorativo.

La nostra è una rivista che si occupa principalmente di matrimonio quindi non posso esimermi dal porle alcune domande a riguardo. Come si spiega questa costante diminuzione di matrimoni e aumento di divorzi?

La questione è ampia. Posso dire che certo non è facile dire a un’altra persona che la si ama per sempre. Ci vuole una buona maturità umana per amare e per donarsi. Compresa la capacità di non vedere la vita come una sorta di autorealizzazione ma come un dono per crescere e condividere insieme. Ragionare all’io rende alla fine tristi e litigiosi. Diventa però sempre più necessario aprirsi alla fiducia in Dio, che custodisce l’amore umano, se glielo chiediamo davvero, perché è Lui il primo a crederci. Da qui il sacramento del matrimonio, che non è magia ma una responsabilità ancora più grande.

Per la Chiesa il matrimonio è e sarà sempre condizione unica perché si possa parlare di famiglia? La convivenza potrà mai essere un’alternativa credibile?

Sono dell’idea che famiglia significhi anche responsabilità in forma pubblica e credo che il matrimonio sia l’unica soluzione ad esprimere con la dovuta completezza questa responsabilità che due persone, maschio e femmina, si assumono nei confronti della società, aprendosi alla vita e impegnandosi a non appartarsi  nella vita sociale, perché dobbiamo ricordare che la famiglia è la cellula fondamentale della nostra società.

In un periodo di crisi economica come questo le famiglie si aspettano molto dalla politica. Cosa dovrebbe fare la politica per aiutare la famiglia?

La politica potrebbe e dovrebbe capire che la famiglia è il soggetto sociale ed economico fondamentale a base di tutta la società. Il fisco considera ancora troppo il singolo individuo e poco la famiglia nella sua interezza. In Italia solo l’1,4% del PIL viene destinato alle politiche familiari rispetto al 2,8% medio dei paesi membri dell’OCSE. La famiglia non ha bisogno di aiuti sociali particolari, non ha bisogno di assistenzialismo, ma di essere considerata soggetto anche dal punto di vista fiscale e che sia riconosciuto e valorizzato in modo tangibile l’enorme lavoro che si svolge al suo interno, tra l’altro anche in termini di cura e di impegno educativo.

Tornando a questo settimo Incontro Mondiale delle Famiglie, quali sono stati i numeri che lo hanno caratterizzano?

Numeri davvero alti e sorprendenti: 7000 iscritti al congresso teologico, di cui quasi un migliaio di ragazzi; 60.000 persone in piazza duomo per il Saluto al Papa, 1800 al concerto al teatro alla Scala, 5500 sacerdoti e religiosi/e in Duomo, 80.000 ragazzi cresimandi e genitori a San Siro; 350 mila partecipanti alla Festa delle testimonianze del sabato sera e addirittura 1 milione le persone per la messa di domenica mattina 3 giugno. Senza contare che lungo il tragitto del Papa ci sono state oltre 100.000 persone in ognuno dei tre giorni. Senza contare soprattutto i milioni di persone che in Italia e nel mondo hanno seguito gli incontri in mondovisione.

A tutto questo i milanesi come hanno risposto per quanto riguarda l’accoglienza dei fedeli?

Sorprendentemente bene, anche se non ci aspettavamo niente di diverso. Milano è una città davvero disponibile, si dice: “con il cuore in mano”, per la quale abbiamo coniato l’epiteto di “Città delle 4A”: Ambrosiana, Accogliente, Aperta, Attraente. Sarà bene continuare a meritarci davvero questo rating…C’è molto da lavorare.

Un’importante iniziativa che ha fatto da corollario all’incontro è la Fiera della Famiglia. Di cosa si è trattato?

Si è trattato di una vera e propria fiera internazionale, 115 stand tra associazioni ecclesiali e  civili, sponsor, fondazioni e associazioni che hanno a cuore il tema della famiglia e che hanno lo scopo di far incontrare alle persone le cosiddette best practices, più semplicemente le buone maniere di vita comunitaria. Una Fiera per dire che in relazione alla famiglia ci sono davvero tante buone iniziative all’opera, non solo problemi.

Anche la Fiera della Famiglia è descritta da numeri importanti?

50 mila visitatori attesi, ma ne sono arrivati 80.000.

Con tutto l’entusiasmo che si respira intorno a questo Incontro Mondiale e in relazione ai numeri importanti che lo contraddistinguono e di cui abbiamo appena parlato, quali sono stati i grandi obiettivi  della Chiesa per questo incontro?

Il nostro scopo è stato quello di risvegliare nella gente la consapevolezza di quel che già hanno pur con tutti i problemi e le ferite che si devono affrontare quotidianamente: il valore della famiglia, un bene straordinario che illumina tutta la vita, lavoro e festa/riposo compresi. Bisogna risvegliare le comunità cristiane nella loro vita ordinaria. Vogliamo anche aprire un dialogo con la politica per lavorare insieme nella promozione e tutela della famiglia, perché se facciamo questo ne gioverà tutta la società.

“Risvegliare nella gente la consapevolezza…” Credenti e non credenti quindi.

Certamente. Mai come in questo periodo storico fedeli e società civile hanno mostrato un tale bisogno di verità: i credenti sentono la necessità di essere riconosciuti e rafforzati nella fede, i laici di avere un parere autorevole come quello del Papa su temi fondamentali della vita e della quotidianità.

Per concludere, se le chiedessi di riassumere il 7° Incontro Mondiale delle Famiglie in poche parole come lo definirebbe?

Sicuramente un incontro oltre ogni nostra attesa che non parla semplicemente a noi, ma di noi, della verità della nostra vita quotidiana.

Sicuramente un incontro che non andrà dimenticato tanto facilmente.

ML