Geografia del saluto. Un puzzle di gestualità e-speranze.

Dinamiche, evoluzione e fotografia dell’atto comunicativo più diffuso al mondo… Dopo l’insulto.

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Salutsigno e estonto. È esperanto. Oggi nel mondo non sono in molti a saper tradurre queste parole, ma, quando verso la fine del IX secolo nacque la lingua esperanto, negli intenti del suo ideatore, l’oftalmologo polacco Lejzer Zamenhof, sarebbe dovuta diventare una lingua capace di far comunicare i popoli in maniera rapida, orecchiabile e, soprattutto, democratica, libera cioè dal dogma “La lingua più usata è quella del paese economicamente più forte”. Tuttavia, per quanto l’esperanto, studiato a tavolino da Zamenhof, mantenesse realmente le promesse di democrazia, musicalità e facile comprensione, il sogno iniziale del suo creatore rimase poco più che una speranza e, l’esperanto, divenne sì in una lingua ausiliaria parlata in circa 120 paesi nel mondo, ma non la lingua globale che oggi è l’inglese. Questo perché nella globalizzazione non vi è democrazia. Come spiega il professor Roberto Malighetti, coordinatore del corso di laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche all’università Bicocca di Milano. «La globalizzazione non è solo un fenomeno recente. In ogni epoca, nel mondo, i popoli si sono meticciati tra loro ed è inevitabile che in questo rapporto di culture ibrido e costante esistano culture più forti che tendano a imporsi su quelle più deboli. Una volta avveniva esclusivamente con la forza, ora con la forza del commercio». È quindi normale che nel mondo attuale, dove la forza economica significa tutto, la lingua comune sia la lingua della nazione economicamente più forte, l’inglese quindi.

Un importante parallelo La traduzione italiana di salutsigno è “saluto”. Il mondo della gestualità va di pari passo con quello della comunicazione verbale perché quando due culture sconosciute s’incontrano devono tanto comunicare oralmente quanto approcciarsi l’una all’altra con un primo cenno di saluto. Le dinamiche che dominano il mondo dei gesti sono simili, se non identiche, a quelle che regolano quello della comunicazione verbale. Anche nel mondo della gestualità, quindi, abbiamo bisogno di una lingua comune che ci permetta di approcciarci l’un l’altro senza essere fraintesi e “l’inglese dei gesti”, oggi, è la stretta di mano.

Quando Zamenhof mise a punto l’esperanto, come sintesi dei vocabolari e della grammatica di oltre cinque differenti ceppi culturali, uno dei suoi timori più grandi era che senza una lingua, come la sua, che avesse salvaguardato le diversità caratterizzanti le culture presenti nel mondo, gli idiomi minori si sarebbero estinti, condannati dalla forza delle lingue delle nazioni più forti. Fortunatamente, però, la preoccupazione di Zamenhof non si rivelò fondata e, se è vero che si parla l’inglese come lingua globale, è altrettanto vero che nel mondo si continuano a parlare quotidianamente idiomi minori, come il nostro italiano. Allo stesso modo, nel linguaggio dei gesti, se la stretta di mano è il saluto globale, il mondo risulta comunque un bellissimo mosaico di ritualità più o meno antiche che la globalizzazione potrà modificare, limitare o far evolvere, ma mai cancellare del tutto.

Pensieri diametralmente opposti Raramente nella sua storia il mondo occidentale ha dato importanza all’atto del salutarsi. Risulta quindi complicato trovare in Europa o negli Stati Uniti delle schematiche precise che regolino l’etichetta del saluto. In questi paesi è il bacio la forma di saluto più comune. Ci si bacia sulla guancia, generalmente due volte, ma esistono diverse varianti: tre baci a Milano e quattro a Parigi, per esempio. Anche un caloroso abbraccio, magari corredato da pacche varie, o la stretta di mano sono forme di saluto molto frequenti nei paesi occidentali, ma, senz’ombra di dubbio, è l’Oriente la culla della gestualità. Con la sua ritualità, a volte quasi ossessiva, infatti, costituisce una vera e propria volta celeste del saluto fatta di costellazioni una più luminosa dell’altra.

«A differenza di quanto avviene nel mondo occidentale, dove, spesso, il saluto ha una valenza superficiale legata a ciò che vediamo del nostro interlocutore, vecchio o giovane per esempio, in tutto l’Oriente il gesto del salutare ha un significato più profondo, basato sul rispetto delle qualità interiori della persona che si saluta», spiega la dottoressa Donatella Rossi, docente di Religioni e Filosofie dell’Asia orientale all’università La Sapienza di Roma. «Si tratta più in generale di un differente modo di intendere la vita, il corpo e tutto ciò che esso è e fa», continua la dottoressa Rossi. Differenza che trova nella concezione del contatto fisico l’esempio più eclatante: «In Occidente si è più frettolosi a concedere il proprio contatto fisico, anche con una banale stretta di mano. Nella cultura orientale, invece, il contatto fisico è ritenuto sconveniente perché il corpo è visto come un elemento totalmente privato della nostra vita, un qualcosa di intimo che non può essere “svenduto” così rapidamente. In Cina, addirittura, negli ambienti taoisti si ritiene che nel corpo, e nei suoi organi, risiedano alcune divinità. E la stessa frase “Prenderci cura del nostro corpo” assume un differente significato se detta in un paese di cultura occidentale o orientale», conclude la dottoressa Rossi. «Noi spesso la associamo a Spa e week-end termali, in oriente, al contrario, s’intende coltivare la propria energia interiore attraverso discipline spirituali».

False credenze Ma la concezione del contatto fisico e dell’importanza del saluto sono gli unici punti in comune a quasi tutti i paesi dell’Asia. Sarebbe un errore pensare che un gesto come l’inchino lo sia altrettanto. L’inchino, infatti, è la forma di saluto tipica solo della cultura nipponica, un gesto attraverso il quale possiamo capire molto delle persone che se lo scambiano. L’inclinazione con cui lo si compie, per esempio, varia a seconda dell’importanza della persona che si saluta e va da un semplice cenno del capo, per i saluti informali, a 45° quando lo status sociale della persona che si ha di fronte è molto superiore a quello di chi compie l’inchino. In alcuni casi, poi, l’inchino giapponese può arrivare anche a 90°, quando per esempio esiste una colpa grave per la quale ci si sente di doversi profondamente scusare: emblematico è il caso dell’inchino dei dirigenti della Tepco davanti ai sopravvissuti al disastro della centrale nucleare di Fukushima, poco più di un anno fa.

A differenza del Giappone, in Cina l’inchino era un onore riservato esclusivamente all’imperatore, quindi una pratica abbandonata dal 1911. La mano destra alzata, all’altezza della spalla, col palmo aperto rivolto verso l’interlocutore è il saluto più usato. Come spiega la dottoressa Rossi: «Si tratta di un gesto sincero, che rappresenta la condizione pacifica con cui ci si rapporta a un altro, senza armi in pugno quindi». In Tibet, quando si incontra una persona per la prima volta, c’è l’usanza di offrirle una sciarpa di seta bianca, reggendola su entrambe le mani distese e compiendo un leggero inchino col capo. Il bianco rappresenta la purezza del cuore. La sincerità dei sentimenti che offriamo all’altra persona. Quando questo gesto viene compiuto nei confronti di un lama, egli riceve la sciarpa, ma benedicendola la restituisce a chi gliel’ha offerta. Solo in rare occasioni il lama conserva quel dono, quando vuole onorare chi gliel’ha offerto palesando la propria ammirazione e benevolenza nei suoi confronti.

Namasté Nell’ultimo grande stato del continente asiatico, l’India, il saluto comune è il Namasté. Le mani si giungono, senza incrociarsi, davanti al cuore, come nel nostro gesto di preghiera, e con un leggero inchino del capo ci si saluta dicendo Namasté. Questa parola, che assolve i compiti dell’italiano Ciao, deriva dall’unione di Nama, inchinarsi, sottomettersi, e Te, te, significa quindi “Mi inchino a te”, praticamente come il suo omologo italiano, che alcuni fanno derivare dall’espressione veneziana “S’ciavo Vostro”, schiavo vostro. Solo in rari casi in India si arriva a inchinarsi letteralmente davanti a una persona, sfiorandole appena i piedi. «È una forma di massimo rispetto», spiega la dottoressa Rossi. «Usata indistintamente per uomini o donne ritenute meritevoli. Avviene di rado, però, perché significa totale sottomissione, nel senso più spirituale del termine. La si utilizzava nei confronti del Mahatma Gandhi per esempio». Un gesto che, per importanza, nella nostra cultura non sarebbe equiparabile neppure al baciamano verso il Papa.

Il mondo arabo, più “ciao” che “arrivederci” Anche nella penisola arabica, nell’Africa sub-sahariana e, più in generale, nel mondo musulmano il saluto è condizionato da un forte senso filosofico/religioso. In questi paesi il contatto fisico è ammesso, anche se regolato da formalità specifiche e sentitissime. Come spiega il dottor Ugo Fabietti, docente di Culture e Società del Medio Oriente all’università Bicocca di Milano: «Nel mondo musulmano il saluto può prevedere la stretta di mano o l’abbraccio, come da noi, ma in maniera più formale e contenuta. Ciò non significa freddezza ma consapevolezza del gesto che si sta compiendo. Due uomini, molto amici tra loro, infatti, possono anche passeggiare mano nella mano, una forma di affetto che in Europa sarebbe inconcepibile tra due uomini eterosessuali». Una differenza con l’occidente si riscontra anche nel peso che si dà all’incontro e all’addio: «Gli occidentali dedicano più tempo a dirsi addio che a salutarsi quando ci si incontra. Nel mondo arabo avviene l’esatto contrario, tanto che in alcune tribù nomadi di beduini, dopo una stretta di mano iniziale si recita una sfilza quasi infinita di “Ciao, come stai?”», continua il dottor Fabietti. «È per via del modo di concepire i rapporti umani che per loro è molto più legato al destino». Il desiderio di rivedersi, per intenderci, conta poco; è il fato a scegliere la strada che percorreranno i due uomini, non il libero arbitrio come potremmo pensare noi. Tra le tribù beduine del Katan, poi, ma anche tra la maggior parte delle popolazioni nomadi anche dell’Africa settentrionale, quando due uomini s’incontrano è consuetudine stringersi la mano accostando delicatamente la punta del naso l’uno all’altro. Tuttavia, che si tratti di popolazioni nomadi o della realtà cittadina, nel mondo arabo e musulmano la distanza sociale tra uomo e donna è ancora siderale. «In questo caso», conclude il dottor Fabietti. «Si va dall’indifferenza totale al saluto verbale, ma senza contatto fisico».

Moneta unica È evidente come da questa trattazione di ritualità differenti una dall’altra per origine culturale, forma e antichità si evinca che il planisfero della gestualità umana appaia molto più simile a un puzzle, composto da tasselli più o meno estesi ma distinti tra loro, piuttosto che un lenzuolo monocromo e totalitario in cui si parla un’unica lingua e si adotta un unico linguaggio del corpo, quel che temeva Zamenhof. Il motivo sta nel fatto che per quanto il genere umano necessiti di un linguaggio universale per comunicare in fretta, l’uomo «Nella sua storia, ha sempre dimostrato di tendere ad autolimitarsi, anche nel suo moto espansionistico, proteggendo tutte queste piccole ritualità che ancora oggi lo caratterizzano e, per quanto appaiano meno evidenti, difficilmente saranno in pericolo di estinzione», spiega il professor Malighetti che conclude. «L’evoluzione del modo di salutarsi adesso tende verso la globalità della stretta di mano, perché la società più forte attualmente impone questo. Ma anche questo gesto sarà destinato a evolversi, modificarsi, e, forse, col tempo essere ridimensionato a favore di qualcos’altro».

Dopotutto la stessa stretta di mano attuale non è altro che il risultato di lunghi processi migratori, culturali e, anche, economici che l’hanno resa ciò che è. E, benché la storia della stretta di mano non abbia un’origine precisa, il suo successo sì.

Storia della stretta di mano L’ascesa del gesto di stringersi la mano, infatti, partì intorno al primo secolo dopo Cristo, da Roma, quando nella Urbe spopolava un culto di origine persiana, il mitraismo, i cui seguaci erano soliti salutarsi a questo modo. A quel tempo i romani per salutarsi non si toccavano affatto, come anche tutti gli altri popoli del mediterraneo, ma esibivano semplicemente la mano destra alzata con l’avambraccio piegato. Tra i cittadini romani, la stretta di mano palmo a palmo non esisteva: l’usanza di stringersi l’avambraccio, che spesso vediamo nei film, era intesa solo in ambito di fides cioè per stringere un patto, fare una promessa. Quando il culto di Mitra arrivò a Roma, trovò terreno fertile soprattutto in ambito militare e questo ne facilitò la diffusione in ogni angolo dell’impero. Il fatto, poi, che Mitra avesse ben più che un elemento in comune con la figura di Cristo fece il resto, permettendo alla stretta di mano di sopravvivere anche quando il Cristianesimo soppiantò del tutto il Mitraismo.

L’espansionismo romano, prima, e gli instancabili pellegrini cristiani, poi, contribuirono nei secoli alla diffusione del gesto di stringersi la mano che ebbe la sua definitiva consacrazione nel Rinascimento come sigla di un patto commerciale, un po’ come la stretta di avambraccio nella fides romana, diventando importate quanto, se non più, quel che oggi è la firma di un contratto. Infine, l’intensificazione dei rapporti mercantili con le Indie vere e presunte, le Americhe, segnò la definitiva consacrazione di questa abitudine di “stringere accordi”, il modo di dire deriva proprio da lì, che poco a poco divenne anche la maniera più semplice e amichevole per operare il primo approccio con uno sconosciuto e, più in generale, per salutarsi.

Il futuro Estonto. Era questa l’altra parola esperanta con cui avevamo iniziato questo articolo. Significa “futuro”. Nessuno può prevedere quale sarà il prossimo passaggio evolutivo dell’atto del salutarsi, ma, anche se la crescente potenza economica di paesi come Cina, India o Giappone potrebbe far ipotizzare un saluto caratterizzato da maggior distacco e formalità, quel che è certo è che il nostro futuro passerà necessariamente da una stretta di mano.

 ML

 SE VUOI APPROFONDIRE:

Charles Darwin, L’espressione delle emozioni negli animali e nell’uomo, Newton Compton Edizioni

Chaira Frugoni, Il Medioevo dei gesti, Einaudi

Alberto Angela, Una giornata nell’antica Roma. Vita quotidiana, segreti e curiosità, Mondadori

Chastenet Jacques, La vita in Inghilterra ai tempi della regina Vittoria, Rizzoli

Raymond Firth, Verbal and bodily rituals of greeting and parting, estratto di The interpretation of ritual, Routledge Library Edition