Il romanticismo è morto. È stato il maggiordomo, col candelabro nelle sale della Sormani.

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Il romanticismo è morto. È stato il maggiordomo, col candelabro nelle sale della Sormani. Intendiamoci, non mi riferisco al modo in cui un uomo manifesta il proprio amore verso la donna che ama. Mi riferisco al romanticismo puro, quello viscerale di una persona con se stessa, che nel mio caso si manifesta nella nostalgica sensazione di appartenere a un altro tempo, nell’ammirazione incondizionata per lettere manoscritte e quadernini di cuoio. Certo sono un romantico, non un folle e so bene che in tempi 2.0 anche il mestiere dello scrivere deve aggiornarsi, adattandosi a social, ebook, blog e quant’altro. Escludendo il ristrettissimo gotha di romanzieri che campano solo di romanzi, oggi il mestiere dello scrittore è un mondo a tutto tondo, dove il romanziere si fonde col giornalista, il copywriter, il responsabile di ufficio stampa, lo sceneggiatore e un macello di altri piccoli o grandi lavoretti collaterali che garantiscono un po’ di sostanza. Coi tempi che corrono scriviamo anche le istruzioni della carta igienica se il pagamento è buono e garantito.

Io non lo amo particolarmente, ma mi ci adatto. In fondo rifuggire la tecnologia in un mondo tecnologico è solo garanzia di insuccesso, ma qualche certezza un romantico la vorrebbe anche mantenere. Per esempio la certezza che nonostante il progresso le biblioteche rimangano comunque un luogo di culto del libro e di studiosi ingobbiti sui loro testi sacri. La mia non vuole essere una polemica, sia chiaro, solo il racconto di una disillusione. Perché entrare alla Sormani, la principale biblioteca di Milano, e notare un microcosmo totalmente differente da quello che ci si aspettava potrà anche essere fonte di godimento per uno scienziato ma è destabilizzante per uno scrittore. È così che ti ritrovi in mezzo ai nuovi senzatetto, non i barboni della mitologia tradizionale, ma gente che ugualmente non ha più lavoro e pur decorosamente abbigliata custodisce tutti i propri averi in un sacchetto di plastica e fa tesoro dei servizi pubblici dell’edificio. Poi perdigiorno che nelle sale di studio si mettono comodamente seduti, collegando il cellulare, ops lo smartphone, alla presa di corrente e muniti di auricolari vedono film in streaming con la sedia e la connessione offerta dal Comune a chi lì ci dovrebbe lavorare. E chi schiamazza e chi attende solo di essere rimproverato per scambiare qualche parola. Nessun problema, se uno vuole trovare spazio se lo ritaglia e il proprio lavoro lo svolge anche. Molta gente lo fa, perché certo ci sono anche i “nuovi” studiosi, il progresso ha fatto evolvere anche loro. Studenti, giornalisti e lavoratori senza fissa dimora come lo sono io che la fonte di conoscenza se la portano da casa, il più delle volte con una mela morsicata impressa sulla scocca. Non posso parlare per loro, ma per il mio scopo quell’ambiente non serve a nulla. Quando mi reco in biblioteca infatti, non  è per utilizzare la connessione internet, ma per utilizzare i luoghi della biblioteca come fonte d’ispirazione per quello che rappresentano nel mio immaginario, soprattutto quando si parla della maggiore biblioteca del capoluogo lombardo. Per nutrirmi della loro storia anche in un mondo 2.0 perché se anche la conoscenza è recuperabile al calduccio nel proprio letto con un click, la storia la si può respirare solo in luoghi speciali della terra. Perché “Non sempre ciò che vien dopo è progresso”, lo diceva Alessando Manzoni uno scrittore d’altri tempi come mi ci sento io. E difficilmente ricapiterò alla Sormani.

ML